GIANNI CONTESSI - 1973

Gli anni Sessanta, e segnatamente e segnatamente quelli dal 1960 al ’64,sono un periodo cruciale per la pittura postbellica. In questo lasso di tempo hanno avuto modo di “venire al pettine” vari nodi, le cui premesse erano state poste assai prima. Non è certo casuale che il cinema, la letteratura, le arti figurative, proprio nel decennio appena trascorso si siano liberati da quello che si potrebbe definire il ricatto narrativo (ed espressivo), per porre in primo piano il dato oggettivo e significante. E a questo proposito basti pensare alle esperienze del  nouveau roman, a certi film di Godard e a taluni aspetti della Pop art.
Nell’ambiente della nuova astrazione italiana la pittura di Paolo Patelli  occupa un posto particolare. Già verso la metà degli anni Sessanta l’artista veneaiano si era inserito con notevole autonomia in una cultura internazionale che, nelle opere di pittori come l’iglese William Turnbull ed i tedeschi Pfahler,Oehm e Gaul trovava un parallelo europeo della “post painterly abstraction” statunitense. Più in là, Patelli si accorge che la presunta imparzialità esecutiva dell’astrazione fredda può divenire l’alibi di un formalismo estetizzante. Perciò, a partire dal 1967, rovescia il problema  e decide che, se la pittura è un metodo, o meglio un procedimento, ciò che conta non è il risultato cioè il Bel Quadro inteso come oggetto estetico privilegiato. Anche un pittore come Claudio Verna è giunto alla stessa conclusione, ma solo idealmente, in senso per così dire culturale.Patelli invece radicalizza il problema considerando la “pittura” come operazione “politica”.
Patelli, da qualche anno non fa più i quadri tradizionali. Adopera  tele  di dimensioni singolari (per lo  più stretti rettangoli, ma anche triangoli). Sono per lo più strisce su cui interviene con il colore e successivamente applica dei ritagli di materiale plastico, oppure dei pezzi di carta macchiati di colore [...]
PROGETTAZIONE : si potrebbe forse azzardare l’ipotesi che sia il senso ultimo dell’opera di Patelli. Ma se i singoli lavori dell’artista sono già dati oggettivi realizzati, e in questo senso sarebbero una spacie di immagine della progettualità: ovvero, Patelli denuncia la crisi di certi valori della pittura (non dell’arte) ritornando al grado zero (che è sempre qualcosa rispetto al nulla radicale di Duchamp) e conservando alcuni elementi delle vecchie “tecniche di immagine”. Poi ripropone tali elementi compendiati sì da qualcosa che malgrado tutto resta un oggetto estetico, ma che nel contempo si nega come pezzo di Buona Pittura, ponendosi invece quale semplice ipotesi di lavoro, quale pura intenzionalità operativa, quale dato aperto (virtuale) con possibilità di integrazione, anch’essa magari soltanto virtuale. E a questo proposito si pensi alla grande “Struttura dipinta” del 1971, elementare cornice rettangolare priva di uno dei lati brevi, oppure alle recenti “strisce” con i fogli di carta attaccati.

Gianni Contessi, 1973 catalogo mostra galleria Ferrari, Verona