ACHILLE BONITO OLIVA - 1966

Stabilito che l’operazione pittorica ha smesso l’uso del concetto di superficie come metafora di uno spazio totale e che lo spessore espressivo non si costituisce più attraverso il rimando ad una realtà situata fuori dell’opera, il “fare” di Paolo Patelli propone il superamento del rapporto gerarchico tra sfondo e primo piano, tra sfondo e segno protagonista di una azione qualsiasi: qui infatti l’impatto visivo, l’intera inquadratura, partecipa, con tutti gli elementi in  connessione primaria tra loro, al rilevamento che lo spettatore ne può fare.Ed alla lettura  si presenta un oggetto compatto, nel senso che all’interno di questo non è più possibile stabilire una parte privilegiata rispetto alle altre e che una possibile strategia, per la sua constatazione visiva, rimane quella della visione globale e cioè di una visione che fa coincidere percezione e appercezione. E’ da Mondrian che è cominciato il tentativo di superare la tensione del “dentro” e del “fuori” fino a creare una dimensione in cui si incontrassero  i due momenti per risolversi in pura visibilità e cioè nella rappresentazione della superficie, che, con i propri segni precisati ed oggettivati all’interno, costituisse l’unico evento del percepire e quindi per lo stesso evidenziamento, dell’appercepire. Naturalmente, negli oggetti formali di Patelli la coincidenza dei due momenti è possibile proprio perché l’operatore, prelevando il segno dalla realtà quotidiana, in seguito lo ridistribuisce nello spazio estetico, inteso come superficie materiale risultante da una porzione di spazio scelto, con una  intenzionalità formalizzante.
[...] Patelli evidenzia il taglio nominalistico della superficie prescelta, sezionando il segno lungo il confine dell’opera, che ne comprime l’estensione all’interno, permettendo soltanto la visione della sequenza contenuta nel quadro. Tutto questo dimostra come Patelli non intenda esorcizzare, attraverso l’Attività estetica, l’intero mondo del dato, ma servendosi di una quantità di segni prestabiliti, svolgere un comportamento che è quello di formalizzare gli elementi recepiti dalla realtà  ed in questo indicare la possibilità di una ristrutturazione formale. Non a caso i colori impiegati sono quelli che rimandano ad una condizione industriale, sia in quanto prodotti industrialmente sia   perché rimandano al panorama urbano. Alla fine l’opera si pone anche come l’indicazione di un possibile comportamento che rinunciando alla canonica dimensione del profondo, propone per l’uomo un atteggiamento di trasformazione attiva in forma della storia.

Achille Bonito Oliva, Napoli 1966, catalogo Modern Art Agency