ELISABETTA LONGARI - 1998

[...] Nel loro sostanziale “ascetismo” questi quadri hanno una sorprendente sovrabbondanza segreta. Misteriosamente emettono e assorbono luce. Hanno il coraggio dell’ineffabile, La loro voce è la vibrazione satura e assordante del silenzio, nonostante siano nati in mezzo a tanta musica jazz e non .
C’è tanta aria al loro interno , come in un cielo tiepolesc. Pittura di nembi, intessuta di luce, come in Correggio. “..e la nuvola è, in modo significativo, contemporaneamente cosa e non cosa ,mostrarsi e velare” scrive Patelli nell’estate del 1987. Spazi angelici come “Il cielo sopra Berlino” (Wim Wenders,1986), “La leggerezza”, La memoria della pittura, come un alito, come un alone. E oltre. Un senso di irriducibili lontananze. Vento d’altrove. Superfici che si aprono sul profondo nulla. Lasciano sulla soglia, sul punto  di  nominare senza mai farlo. Anche le parole a volte baluginano novellianamente ma non si sa mai di cosa si tratta. “Le parole di un sogno” è un altro titolo. Appunti sparsi, apparsi d’improvviso e subito indecifrabili, già sul punto di svanire.di sparire, come i Mandala composti con la sabbia. C’è come un’idea di emersione, che porta con sé quella dell’immersione: qui, a guardare questi quadri, ci si sente come se si stesse per sbucare a cielo aperto dal fondo del mare. Il “campo ottico” è mutevole,scostante,fatto di luci lunari eppure incandescenti e di bave cangianti: tutto trascolora cambiando continuamente assetto.
[...] Cosa di sempre più incerto, evanescente e fantasmatico subentra nella visione. Tra bianco e bianco una ricchezza interstiziale, pulviscolare,in sospensione.In azione è la sorprendente precarietà dell’esistere,l’eterno flusso, come nello spettacolo continuamente mutevole delle nuvole che corrono per il cielo. Infinita generatività della pittura, che è una forma di conoscenza ipotetica e aurorale, come la filosofia per Maria Zambrano, la fisica per Einstein,la letteratura per Antonio Tabucchi. Apertura, senso di attesa. Il “prima” è oggetto di una falsa storia zen che Patelli ha inventato per dire della sua pittura: “Un pittore vuole dipingere un uccello e dipinge un’aquila in modo meticoloso e preciso con piccolo pennellino,penna per penna, piuma per piuma. Mostra il suo lavoro al Maestro che batte le mani e l’aquila  ovviamente resta dov’è, sul foglio, non vola via.Il Maestro spiega quindi al pittore che la sensazione del volo si dà con molto meno. Allora il pittore traccia su un foglio una sola linea, come la traiettoria di un volo e lo porta a vedere  al Maestro. Questi gli dice che sì, che va meglio, ma il segno va tracciato soltanto con uno speciale carboncino derivato da una certa pianta che si trova in cima ad un monte altissimo cui egli avrebbe dovuto recarsi a piedi. Il pittore segue tutte le istruzioni ed in effetti il segno così tracciato ha una bellezza speciale. Come lo mostra al Maestro, un filo di vento porta via il foglio.Perché tutto dipende da quanto è accaduto PRIMA “
La pittura come traccia concreta per quanto labile della storia, come pallida icona della memoria,come anticipazione dell’ignoto. E queste ultime tele quadrate e bianche di Patelli non sono il preludio di un tuffo nella luce,di un volo amplissimo, ma solo l’esperienza di ciò. Pittura come evento, come rituale, come avvento.”E il foglio, la tela, sono le mappe di una santità sempre immanente, la cartografia di un incessante viaggio….” È una sua affermazione del 1987 che non è mai stata così vera come adesso.

Elisabetta Longari 1998 “P.P. e l’arte della manutenzione della pittura"
dal catalogo di 28 pagine, galleria Peccolo,Livorno