FRANCESCA TURCHETTO - 1998

E’ significativo che negli ultimi  lavori di Paolo Patelli uno strato di pittura bianca copra e lasci solo intravvedere i suoi vecchi “neri”, i suoi “rossi”, i suoi “gel”. E’ come se nell’apparente nullità del bianco trovasse compimento un discorso sul fare arte iniziato ormai più di trent’anni fa. Allora si trattava di partire da zero e di costruire una propria pittura, ora si tratta di tornare a quello zero per trovare la pittura stessa, Gli strumenti sono gli stessi,stessa la ricerca sempre condotta attraverso un percorso quanto mai instabile che dal sé, la pittura, la tradizione, il ricordo,porta continuativamente al di fuori di sé la materia, la creazione,l’interpretazione. Ora come allora Patelli sembra lanciare la sua opera come l’uomo ha lanciato la prima parola, senza sapere cioè se essa diventerà qualcosa di diverso da una mappa colorata, da un grido inarticolato, da un gesto puro, è per questo che la sua pittura sfugge a facili classificazioni. Ha voluto scandagliare i luoghi della pittura e ha raggiunto l’abisso del fondamento dove la mancanza di un significato diventa potenza significante. Se oggi i suoi lavori risultano leggeri  è perché hanno saputo trasformare la pesantezza della tradizione in  frammenti di pensiero, e se i suoi “bianchi” danno la parvenza dell’assenza non è perché tentino  di entificare un possibile nulla, ma perché riescono finalmente a svelare l’inafferrabile tautologia che la pittura non è nient’altro che la pittura. E’ Patelli stesso a parlare di pittura organica, di una pittura che finalmente vive da sola, che vibra e che respira da sola. Una pittura che ha del dionisiaco perché spezza,avendoli conosciuti, i confini delle facili definizioni e coinvolge la razionalità e il sentimento,il corpo e la mente, l’occhio e lo spirito. Il suo lavoro esiste al di là  di tutto ciò che si possa dire su di esso, fa sentire la sua presenza,il suo spirito vitale e se non è compreso è perché non si lascia  semplicemente comprendere ma si fa sentire, si fa toccare come le recenti tavole di legno. Le opere più piccole catturano lo sguardo, le più grandi coinvolgono il corpo intero, le “finestre” impegnano la mente: la vecchia idea del quadro-oggetto sembra definitivamente caduta.Negli anni ’70 Patelli ha dipinto ed esposto delle magliette, suscitando l’indignazione dei benpensanti,ora si diverte a raccogliere oggetti che potrebbero un giorno rivivere in altra forma, parlare un diverso linguaggio. Forse la sua arte è solo un divertimento vitale, una risposta ironica alla vita,un desiderio assoluto. Non ha importanza, la sua pittura lascia le  tracce di un tragitto percorso: sappiamo dove è iniziato e dove è arrivato, o meglio sappiamo dove è iniziato perché  là è anche arrivato. Cercare un proprio modo di fare pittura significa già, infatti, ripercorrere idealmente la pittura così, quasi in percorso a spirale. Patelli supera,conservando, tutto ciò che è già stato, tutto ciò che è già accaduto,e al tempo stesso tutto ciò che egli è già stato e tutto ciò che egli ha già vissuto.”Aggiungere,levare” s’intitolava un suo videotape del 1974 e forse la chiave di lettura di tutto il suo lavoro  risiede proprio in questa breve sintesi di poetica espressiva. Nei “collages” degli anni ’80 dei pezzi di carta simili a pagine di pittura venivano composti insieme a formare brevi sequenze di un discorso. C’era già la materia, il gesto, il disegno, la natura,l’artificio, la geometria ma vigeva ancora forse una certa anarchia delle parti, Si trattava di una scrittura che iniziava appena a chiarirsi come latente energia vitale,  come simbolica di una razionalità che ha perso l’armonia, intesa come rigore, e si presenta come libertà pura.
[...]Ancora degli oggetti inquietanti, rigorosamente neri,si intromettevano nell’opera,la occupavano e come sempre ne diventavano parte integrante. Sono difficili da spiegare questi oggetti così materici che interrompono la gestualità della pura pittura, eppure l’opera senza di essi  sembra effettivamente priva di qualcosa. Patelli li paragona all’imprevisto, all’irrazionale, alla deviazione, noi ne percepiamo solo la forte presenza. Levare qualcosa aggiungendo dell’altro, aggiungere qualcosa  per levare ciò che c’era prima, forse il qualcosa, il prima, è il tempo,la natura, la tradizione e fare arte per Patelli significa necessariamente fare i conti con il tempo, con la natura, con la tradizione. La sua pittura vorrebbe essere senza tempo, portare con sé la natura convertendola in forza viva, riprendere la tradizione per capire la linea sottile che unisce la sua con la pittura delle caverne di Lascaux. Lontano da un certo mondo dell’arte dedito alle pseudoprovocazioni e alle facili suggestioni che hanno il fascino effimero di una luce abbacinante, Paolo Patelli continua a inseguire il suo gesto come si insegue un sogno, un desiderio, con quella stessa ambigua voglia di non raggiungerlo mai o di raggiungerlo per sempre.

Francesca Turchetto , “Paolo Patelli” su TITOLO, maggio 1998