G.P. VINCENZO - 1988

Un noto ed importante artista contemporaneo ha affermato che in un’epoca come al nostra, dove tutto è in movimento ed anche nell’arte è quasi impossibile dare delle definizioni precise, la cosa migliore è quella di rimanere eternamente “studenti”, senza tralasciare mai di conoscere, di cercare od espri­mere aspetti nuovi o prima non conside­rati, Siamo sicuri che Paolo Patelli un discorso del genere lo condividerebbe in pieno, aggiungendovi però qualcosa: che la curiosità dello studente si sposi all'umiltà dell'uomo maturo e, soprattut­to, saggio, così che l'arte non trovi solo il coraggio di andare sempre avanti, ma anche la forza, se necessario, di tornare indietro, La curiosità, spinta fino all'estre­mismo della ribellione solitaria, è stata la caratteristica di una prima fase dell'arti­sta, mentre la saggia umiltà sembra essere la caratteristica di questa nuova personale veronese, con la quale si apre decisamente una nuova pagina del suo lavoro,
Il nostro tempo. Se c'è una cosa diffi­cile per l'uomo moderno, è quella di tro­vare l'equilibrio, evitando di sbilanciarsi, di farsi prendere la mano da qualcosa di contingente, di destinato a deperire. Nel nostro mondo ogni sbilanciamento diventa un eccesso, un impedimento a vedere il reale spessore delle cose, la loro stratificazione di significati interiori ed esteriori,
Questa logica dell'eccesso, della dra­stica differenza tra bianco e nero, tra sinistra e destra, ha largamente attec­chito nel mondo dell'arte, che già per proprio conto aveva smarrito la "misura", Vent'anni fa, infatti, Josef Kosuth dichia­rava definitivamente estinte le possibilità della pittura, radicalizzando un atteggia­mento concettuale deciso a prescindere completamente dalla pratica, ad un tempo esterna ed interna, che la pittura comporta. Il decennio seguente ha quindi vissuto l'utopia razionalistica di un concetto mentale che "impressionasse" gli oggetti, trasformandoli in estetica irreale. Non a caso il media più usato è stato la fotografia. Esattamente attorno al '78 nasce invece la tendenza, diametral­mente opposta, della Transavanguar­dia un ritorno alla pittura, vista però in chiave esclusivamente irrazionalistica, come un semplice strumento, non di sublimazione delle immagini, ma di tra­sposizione delle psicosi inconscie diret­tamente sulla tela. Si è assistito così allo scatenamento di tutte quelle forze che l’Arte Concettuale aveva contribuito ad istigare. Dagli anni ’80 ad oggi artisti giovani e meno giovani si sono riappropriati dei pennelli e colori e si sono lanciati sel­vaggiamente verso chilometri di tela. I quadri hanno assunto dimensioni smisu­rate. Artisti con appena qualche mese di esperienza si sono messi subito a lavo­rare a dimensioni superiori ai 2-3 metri. Come un fiume che rompe gli argini la Transavanguardia ha inondato il mondo dell'arte, ma una volta esaurita la piena, le acque sono rientrate nel loro letto, mentre sulla terra si è presto tornati a patire la siccità. L'arte ha provato gli eccessi del razionalismo e dell'irraziona­lismo ed adesso gli artisti devono riu­scire ad inventare qualcosa, a riflettere per evitare che i prossimi vent'anni siano la semplice replica di quelli precedenti. Questa la situazione.
Coraggiosamente, Paolo Patelli è riu­scito ad evitare di "intrupparsi" con tutti quelli che hanno seguito questo movi­mento "pendolare". Eppure nessuno che lo conosca può affermare che si sia mai tirato indietro quando si trattava d'ar­te. La pittura Patelli l'ha sempre in ogni modo praticata e difesa, anche quando essa veniva dichiarata morta dalle pagine delle più autorevoli riviste inter­nazionali. Analogamente non si è fatto troppo coinvolgere dall'esuberanza nevrastenica della Transavanguardia, conservando sempre il sangue freddo del pittore che, umilmente, cerca ogni giorno di migliorare il proprio modo di sentire, di esprimersi, La sfiducia nella pittura significa per Patelli automatica­mente sfiducia in sé stessi, crisi del ruolo d'artista, Egli ha capito che non serve nascondere la vita interiore dell'artista dietro il paravento di pseudo-teorie este­tiche, che se non si riesce sempre a tro­vare una "misura" nell'arte, è perché la si considera solo nei suoi aspetti esteriori. Occorre indagare anche gli aspetti intimi dell'attività creatrice, le motivazioni spiri­tuali, gli obbiettivi elevati. Le righe che l'artista ci ha scritto in questa occasione sono un'aperta richiesta di più viva atten­zione sull'odierno, drammatico rapporto tra artista ed arte:
"Dipingo il concetto di pittura, dipingo l'atto del dipingere, dipingo da trent'anni (e un po' di più) lo stesso quadro, dipingo come scrivo, dipingo come Lester Young suonava il sax (meno bene), dipingo per distruggere lo spazio della pittura, dipingo per crearne uno mio, dipingo perché sono allegro, dipingo perché sono triste, dipingo per non morire (come tutti), dipingo perché amo la vita. Non so cosa la gente farà della mia pittura, né di quella di tutti gli altri. "
Bene ha fatto Patelli a presentare di questi tempi i suoi ultimi lavori. Ha evitato così l'ingorgo delle definizioni e delle tendenze degli anni scorsi, quando non si pensava ad altro che ad inventare fan­tomatici raggruppamenti, che duravano il breve istante di una mostra. Adesso siamo più freddi per gustare la ridente semplicità dei colori puri e la serena disposizione delle forme. Non vi è stasi ma nemmeno confusione, eppure lo stesso Patelli riesce a darci una pacata immagine del tramestio interiore del­l'uomo moderno. Lo stile pittorico è scarno ed essenziale, per evitare ogni enfasi retorica. Patelli non vuole "convin­cere" di qualsiasi cosa, ma vuole parlare di "quelle" cose che oggi non trovano più spazio per essere espresse. Guardia­moci dentro! Se la nostra vita sociale è sempre più densa e coinvolgente, la nostra vita interiore appare come un fan­tasma dimenticato. Quanto più la nostra agenda si riempie di annotazioni, tanto più rischiamo di mancare di "spirito", finendo così per procedere meccanica­mente, per abitudini, I quadri di Paolo Patelli rappresentano sottilmente lo spaccato di questa situazione intima: essi sono quasi inconsistenti, semplice carta bloccata su telaietti, con ampi spazi neri che scandiscono il ritmo dello spazio, quando non siano presenti addi­rittura dei buchi, come ferite, nel foglio. Ma egli non vuole limitarsi ad esprimere solo gli aspetti drammatici, laceranti e bui, ma anche quelli positivi, giusta­mente individuati nell'immaterialità sot­tile dei segni, piccoli e leggeri, che si muovono nelle aree bianche. All'interno dello spazio, nella parte interiore ancora sana, ci sono i suoni e, tra essi, la loro arte la musica, Patelli evita così, definiti­vamente, sia l'introspezione uggiosa, sia la pittura "ingenua" perché, in questo secondo caso, il suo spessore non deriva dall'uso di stilemi provenienti dal disegno infantile. AI "fondo" della pittura di Patelli, infatti, non c'è la nostalgia del­l'infanzia, ma la volontà di riacquistare quell'immediatezza interiore dimentica­ta, quella stessa che ha sempre per­messo all'uomo di essere "elevato" dalle parole di un poeta o dall'andamento di una melodia Quale musica? Direbbe Patelli: "Naturalmente jazz ... ".

G.P. Vincenzo, catalogo “Grandi Carte”, Studio la Città, Verona 1988