GIULIO MONTENERO - 1976

[...] Patelli dichiara:” il pigmento che applichi è l’unica  realtà che si crea: io, mutuando dal jazz, credo in una creazione continua….Anche un imbianchino crea, in quanto rende bianco un muro che non lo era, e che dopo, chissà può produrre delle emozioni incredibili in chi lo guarda in un certo modo. In questi limiti io “sperimento”, ma vorrei, spero di avere, lo stesso atteggiamento in tutto, anche nel vivere. Poiché niente è arte, tutto è arte, no?.”
Questa è la risposta che risolve anche i miei dubbi ingenui. Patelli non fa distinzione fra il momento irrazionale e la riflessione critica, fra opera e comportamento. Quindi è pronto a impiegare tutta l’impalcatura ideologica che sorregge i suoi  quadri lunghi e stretti quale materia prima d’un intervento concettualistico, inquietante happening sul sottile spartiacque fra l’assertivo e l’ironicamente distruttivo, come bene si è visto dal video tape “Aggiungere, levare” che è stato presentato da Gillo Dorfles alla “Cantina”. Ma è anche pronto all’operazione inversa: museificare, celebrare nel definitivo dell’opera d’arte (non senza ironia) gli apporti jazzistici, comportamentali, concettuali, come facilmente si vede dai flabelli rovesciati che sono appesi in questa mostra personale.
Ora posso tornare, beato, alla mia ingenuità  e dirvi che il capolavoro della personale di Patelli alla Tommaseo è il Triangolo, conferma e al tempo stesso  rivoluzione rispetto ai lavori di Patelli che ci erano maggiormente familiari. Sui tre assi, che formano i lati di un triangolo equilatero, Patelli assaggia l’effetto di qualche macchia bianca da imbianchino contro il  nero con cui ha colorato, con cura, i legni. Si finge erede dell’informale. Si finge intento allo studio della proporzione aurea. Mentre noi siamo distratti dall’esercizio di prestidigitazione mentale, l’opera nuova è già nata, quale meno ce l’attendevamo. Triangolo formato da tre dei suoi rettangoli, qua e là coperti, velati, nascosti con il colore bianco che potrebbe essere anche acqua e acqua non è.
Che la componente intellettualistica conti siamo convinti tutti, eccome, quanti mastichiamo un po’ di dialettica, Ma siamo in pochi a riflettere sulle permanenze antiche –la Pittura,il Teatro,l’Architettura – nelle sintesi nuove. I dieci anni di fedeltà alla pittura di Paolo Patelli sembrano sequenza di attimi – l’istantaneità irrazionale dell’intellettualismo – o addirittura niente – il formalismo storicistico –e sono, almeno in parte, un buon lavoro continuo all’interno della cultura egemone. Patelli è l’unico fra gli artisti della nostra regione che in questo momento potrebbe aprire un dialogo mondano con il resto del mondo occidentale, se volontà di dialogo ci fosse, dalle nostre parti.

Giulio Montenero, 1976,  “Il Piccolo”, Trieste